Detesto le prefazioni • "Non leggermi"

Mallarmé ad un autore inedito che gli chiedeva un testo di presentazione o di sostegno: “Detesto le prefazioni anche se scritte dall’autore, a maggior ragione trovo deplorevoli quelle aggiunte da altri. Un vero libro, mio caro, non ha bisogno di presentazioni, procede per colpi di fulmine come la donna con l’amante, senza l’aiuto di un terzo, il marito…”. In tutto altro senso ho scritto: “Noli me legere” . Divieto di lettura che annuncia all’autore il suo congedo: “Non leggermi”. “Sopravvivo come testo da leggere solo grazie alla consumazione che, scrivendo, ti ha lentamente sottratto l’essere”. “Non saprai mai ciò che hai scritto, anche se non hai scritto che per saperlo”.

[Maurice Blanchot, Après coup, Les Editions Minuit 1983]

venerdì 30 settembre 2016

Marisa Aino | Asti e il "fallo della canna da pesca" della Disney

Marisa Aino !
Quel lapsus calami fiscale della Disney
|Certificazione Sostituto di imposta della The Walt Disney Company Italia Spa Milano per Marisa Aino anno 1994: part.

Fosse stato semplicemente  un lapsus calami fiscale questa certificazione del sostituto d’imposta della Disney Company Italia per MARISA G. AINO, avremmo potuto avere il “fallo(per il “lapsus”) della canna da pesca (per l’accezione di “calamus” secondo Sesto Properzio)”, o il “fallo del flauto, se non della zampogna, secondo P.Virgilio Marone, ma anche il “fallo della pania” avrebbe fatto la sua bella figura, essendo la pania la verga invischiata per prendere uccelli.  “Lapsus” starebbe anche per “contusione” e avremmo potuto pensare a una “contusione del pollone”, essendo calamus il “pollone” secondo Plinio il Vecchio, e, oh Gaudio!, per via dell’innesto, sarebbe apparso il mitico “Pota” come schema verbale dell’imbroglio di Albidona sul nome, sul catasto e sul codice fiscale del poeta marito di Marisa Aino? O vi sarebbe piaciuto pensare a una “contusione della canna”, che, il calamus, essenzialmente questa è, la canna, lo stelo, la penna, che è ancora più Heimlich essendo, nei tempi di quel secolo, la signorina Penna  il direttore dei periodici femminili della Disney Company Italia Spa, e che dire del fatto che, essendo il padre di Marisa Aino, un provetto marinaio il fallo della canna da pesca non sarebbe stato impensabile? Anche perché il fallo trascrive, su quella certificazione, la data di nascita della madre di Marisa Aino, come giorno e mese, e, come anno, indica l’anno di inizio del grande esodo fatto fare al padre e alla madre e a Marisa Aino stessa, fanciullina, nel Pantano di Villapiana per via del petrolio in Basilicata. Ci sarebbero  anche l’errore della freccia, lo sdrucciolamento della trachea, la volata della pertica, ma la faccenda, da freudiana, anche per via della Fiscalrassi, sarebbe diventata, per ovvi motivi, gaudiana. “La corsa, il volo,lapsus, del segno, calami, fiscale.

martedì 27 settembre 2016

Amnesty International Italia ░ Quel poeta privato del suo nome

Questo  elenco dovrebbe essere di trenta anni fa, più o meno; ora, tra quegli intellettuali contattati, ce n’è uno che avrebbe bisogno dell’intervento di Amnesty International per essere finalmente liberato dopo che il Ministero dell’Interno abbia ridato a quell’intellettuale [ che il Comune, ove è stato costituito il suo atto di nascita,  ha tenuto prigioniero con un altro nome] il suo nome effettivo [come prescrive l’articolo 22 della Costituzione della Repubblica Italiana] ripristinando la sua Herkunft genetica, culturale e fiscale


$ Leggi anche 
                                         ▬ uhmagazine.vsgaudio-del-povero-vuesse-gaudio

venerdì 23 settembre 2016

Marisa Aino ░ La melanzana e il punctum di Attila del poeta

L’infelicità della melanzana ripiena
by Marisa Aino
Come nell’aforisma di Alan Watts in cui si afferma che la vita è un gioco la cui prima regola è: essa non è un gioco, è una cosa molto seria[i]; probabilmente allo stesso modo si può affermare che la melanzana è sostanzialmente l’ingrediente essenziale per l’infelicità, a patto che la si cucini come usa fare la moglie del poeta, sulla scia di quella traccia che Mia Nonna dello Zen ha lasciato nella libido di quel ragazzo che poi si fece poeta e consumatore di melanzane ripiene[ii] . La fantasia è essenziale nella vita di un poeta, anche se non ha niente a che fare con la matematica astratta, figuriamoci se con la melanzana; la melanzana, nei sistemi culinari, è funzionale nelle ricette a somma diversa da zero, come i giochi a somma diversa da zero, che sono quei giochi in cui vincita e perdita non si pareggiano, nel senso che la loro somma può risultare inferiore o superiore a zero. Detto altrimenti, i poeti che mangiano piatti a base di melanzane sono come quei due giocatori che, entrambi, possono vincere o perdere. Non è, sostanzialmente, come la Tombola che si fa in famiglia a Natale, ecco perché la melanzana non rientra in nessuno dei piatti tipici di quella festa solstiziale. Ciò non ostante, la melanzana è un elemento solstiziale, quel terzo che solo in apparenza sorride: loro giocano, e la melanzana, che è l’avversario decisivo, se la ride: quel giovane poeta, che aveva la Luna Nera, la Lilith francese, nell’orbita del solstizio estivo, stretta stretta sul punctum di Attila Marte/Urano, che non fa vivere in armonia con i cosiddetti politici, i patrioti, i militari, gli ideologi  della scolarizzazione e perfino con Bilderberg e l’Ordine della Ruota e della Croce dello Ior, e della mano morta, quando dovette sposarsi ,l’ultima sera in cui era ancora il fidanzato di chi domani sarebbe diventata amministrativamente sua moglie, si meravigliò che la Nonna dello Zen lo avesse invitato a cena e che il piatto della cena fosse costituito dalla melanzana ripiena, che è nello schema verbale dell’aver-perduto-l’inesistente, che, è stato scritto nella posa del caffè 40[iii], è attivato dalla pulsione fallico-uretrale, che è quella delle pugnette e delle melanzane ripiene[iv], e tutto intorno c’è un mondo che vive con il principio fondamentale maschile che se il genere maschile ha una col buco qui davanti a lui e sono passati cinque minuti e non le ha messo le mani addosso, si crederà che quello sia un ricchione, il problema è che oggi, o durante l’adolescenza del poeta, le donne sono notevolmente più disponibili specialmente quando le loro madri, appena il padre esce di casa, portano uomini in casa, che, poi, per andare di casa in casa, sono o preti, o monaci, o quelli della folletto, o testimoni di Geova, o militanti dell’Intermaffia[v] nel loro peregrinare interforze, tutti debitamente impotenti e sposati  e accasati, l’importante è che portino un regalino per la ragazzina, o portino la ragazzina a scuola anche dalle monache al mattino e  vadano a riprenderla dopo per farsi fare come minimo la pugnetta pre o postprandiale, ogni comportamento diverso, nella stessa situazione, diventa così insensato e stupido che l’attante verrà considerato  specularmente coglione e pollo per tutta la sua disgraziata vita connessa alla famiglia di una madre così santa e così abile tenutaria di un bordello a gestione materna come se fosse il contesto per non essere ritenuto da quella stessa buona donna un ricchione fricato. La nemesi della melanzana ripiena, a patto che la melanzana non sia quella “catara”[vi], è che, a generazione successiva, esce fuori che la pia donna i ricchioni fricati[vii] ce li ha nella sua discendenza, tra zingari, giostrai, ogliaroni e cartello di maffia.


[i] Cfr. Paul Watzlawick, La vita come gioco, in: Idem, Istruzioni per rendersi infelici, trad.it. Feltrinelli Milano 1984.
[ii] La melanzana ha come sinonimo il petonciano che può essere anche “petronciano”, per la deformazione dell’arabo “badingan”. Artusi dava i petronciani fritti come contorno a un piatto di pesce fritto: Mia Nonna dello Zen del poeta aveva, nel suo cognome, il petronciano; mentre alla moglie del poeta afferiva, per via dell’”Elogio del mare”, il paradigma del pesce. Sostanzialmente, possiamo rifare il titolo della digressione: “L’infelicità, il Pagaz o Jogaz, del Petronciano ripieno” ?
[iv] Non a caso(ma per la pulsione fallico-uretrale…) la melanzana è diuretica e rinfrescante, ed è anche un sedativo nei casi di eccitazione nervosa. Addirittura Raymond Dextreit, negli anni Sessanta,  consigliava di mangiarla cruda, condendola con molta cipolla e olio d’oliva, dopo averne fiammeggiata appena la buccia per poterla togliere più facilmente.
[v] Cfr. Le voci dell’Intermaffia e, sostanzialmente, Il poetosofo, l’intermaffia, i briganti… , in   uh magazine
[Vi ]Non è un caso che, per le Melanzane  all’alessandrina, Manuel Vázquez Montalbán, nelle sue Recetas Inmorales, tiri in ballo il rapporto ambiguo tra Apicio e Druso all’ombra di quel pazzo furioso che si chiamò Tiberio. In  una cena di ricchioni fricati, come li chiamava quella pia donna, questo intruglio mediteranno, oltre alle melanzane ci sono il miele, i datteri, la menta fresca, il coriandolo, il garum o la pasta di acciughe, il comino, calzerebbe a pennello. Druso, per inciso, era il fratello di Tiberio. La melanzana, anche in questo caso, ha sempre con sé l’aria di casa, l’inquietante di famiglia, l’Heimlich fallico-demoniaco che, nel caso del giovane poeta, è tutto agitato nell’orbita del solstizio estivo dal punctum di Attila, Marte/Urano/Luna Nera. La Luna Nera della Melanzana Ripiena di Mia Nonna dello Zen?
[Vii] La “ melanzana catara” è quella più adatta ai cosiddetti ricchioni fricati e forse va bene anche per le Melanzane all’alessandrina di Vázquez Montalbán, perché non è che simuli un aspetto ascetico o, come la mandorla immatura detta “catera”, una certa amara e sterile femminilità, anche riproduttiva, per cui pare che così dicendo si vada incontro a certi fallicismi narcisistici che, all’ombra della Santa Romana Chiesa, confinano con l’uso e l’abuso della preadolescenza e dell’adolescenza; la melanzana catara, nell’orto di lotta tra Dio e Satana, allude un po’ a certe sette che , abolendo la proprietà privata degli altri, adora il diavolo e bacia il culo al gatto, che lo impersona e, a volte, lo rende amministrativamente ufficiale nei documenti afferenti all’articolo 6 del Codice Civile.

 
Marisa Aino   Melanzane d’Aino © 2016

giovedì 22 settembre 2016

L'occhio di Lacan. E la libido del topo

L’occhio di Lacan

dai seni grandi lividissimi gli infiniti
quali andanti a singulto
freddo evacuare
da che deglutendo dinanzi l’occhio l’avido
l’opacità irriflessa la terra
latrina sognandoci spezzato
le ginocchia appunto ingigantito tremando
il vaso i glutei taglia do veramente
cavandosi gli occhi

dalle protezioni l’orbita l’avida pozza
sorridente l’immagine
fantastico sogno indicando in disparte
colpendo gli occhi esplodendo i colori
il tempo felice le persecuzioni
l’anoressica tortura
l’innocente
signora innocente la mater mutando
tracciando

da chi divora
dai livelli i morbidi i rotondi gli archetipi
gli amplessi gridando
bisessua capezzoli
entrambi
insieme l’enigma lo scheletro ricuperando
lo stesso lo si mastica
(8 luglio ’74)

di considerazioni  posate negli specchi
ti ripeti nel groviglio
contorsioni conversando
statica appena respirabile
quando capita
giocando ripeti rigidamente a tratti
elegante elusivamente l’angoscia
il caso m’appunti
chiarendo dal diaframma pronunciandosi
nel ventre
il pene divorato piuttosto

di sconnessioni rapidità asteniche
suggerite inedite addizioni
dalle depresse
le concezioni sospese le incertezze
m’aggiungi l’oralità
gli ostili i sensi ancor di più
le evidenze

dall’infinito nessuna figura
la depressione  volgendo proiezioni
ambivalenze in lotta
che rabbia identità abbandonate
tacendo
allagamenti l’onnipotenza  di perdersi
(8 luglio ’74)

stimolando
vantaggi gli spostamenti offensivi
invece
dai conflitti quel che di più si sposta
sulla virgola continua regredendo
dice mi fermo di là c’è vagina dentata

aprendosi al progresso gli intervalli
caricandoli un accento scandito sull’accento
il frammento delle abolizioni soffocando
dietro
la tensione l’apertura togliendosi
in emersione possibili articolandosi in aggiunta
i possibili della fragilità comunicandosi
lieve penetrata
l’implicazione la suggestione in potenza
s’allarga

dal semplice come connessa l’angoscia il desiderio
allungandosi la soddisfazione
sembrandosi importante incontrollata sessualità
definendosi
riposo fallito,
la pace in regola costruita sui vuoti lo spazio
la richiesta
azionandosi
preparando
dilatazioni in trama spalancando fori aderendo
lo squarcio rovesciato
discorrendo in inversione il titolo, la pura ascesi
guardarsi inserito collegato infine
(9 luglio ’74)

violentandolo dice il segno
nell’orecchio tace la scoria, l’occhio dei segreti
la serenità delle distanze
il passo dei messaggi nei tormenti  l’ultima ora
il giorno s’aggrappa la precarietà dei centri
di un’altra contemplazione

la coscienza delle implicazioni dicendo il tragico
la stessa privazione l’ovvietà stringendosi
accanto la riduzione i lacci i gesti i nudi
i pensieri agitati
i contorti arruffati imbiancando capelli
(9 luglio ’74)



! da: LA LIBIDO DEL TOPO
in→ V.S.Gaudio, SINDROMI STILISTICHE
Forum/Quinta Generazione 1978

martedì 20 settembre 2016

Kenton Nelson.L'iconiciità flemmatica

La figura flemmatica innamorata di Kenton Nelson

La figura di Kenton Nelson è come se fosse continuamente sfidata da una situazione di insopportabile gravità, è, in linea di massima, nell’archetipo lineare della flemma dell’innamorata; più esattamente, in questo modo lei si descriverebbe in questo momento, guardandosi come se fosse lei il visionatore e lei la figura come personaggio, allora in questa rappresentazione è come se fosse , per l’attante iconico che è, innamorata di un signore distinto, nobile d’animo, colto, leggermente autoritario, taciturno e delicatamente travagliato; in quest’altra rappresentazione ama un colto ma brutale studioso di astrologia, che, in quel momento, sta amando una cultrice della materia del sanscrito o dello shqip; nella terza o quarta rappresentazione, sembra che la studiosa di sanscrito si sia invaghita del poeta irritabile, che dedito com’è ai piaceri singolari, sta, intanto, coltivando una relazione con la figura che c’è nella quinta rappresentazione, che, qui, non appare, ma è una di quelle figure dello Swim Party, e difatti ha lo stesso Nageur della Maison Lejaby che indossava in spiaggia un personaggio di un micro racconto di Gaudio Malaguzzi. In realtà, nessuna di queste figure di Kenton Nelson ha una passione per la filatelia o si dà con veemenza nelle fantasie oggettuali del poeta ormai privo di fantasia che appare nei microracconti di Malaguzzi, né ha un disperato amore con un brutale tarocchista o mentalista o un sadico zoologo; di una in particolare si può pensare che, come in uno dei piaceri singolari del poeta privo di fantasia, sia entrata  nello shummulo di un capodanno, e quindi nell’archetipo di Bragalla e nello schema verbale relativo.


L’iconicità flemmatica della figura di Kenton Nelson non si consacra mentalmente a un baritono rovinato dal singulto, come in una centuria par che voglia Manganelli[i], tutt’al più si consacra anima e corpo a un visionatore che non ha mai visto una filatelica in costume da bagno, né quell’altra disegnatrice di cuscini, che, nella centuria anzidetta, sembra che ignorasse l’esistenza dello zoologo però veniva puntualmente ad ogni plenilunio, ma anche nei quarti crescenti, pensando al poeta che aveva semplicemente incrociato, un giorno tanti anni fa, senza nemmeno guardagli la punta delle scarpe, sul marciapiede di una metropolitana.


L’iconicità flemmatica, quando è così innamorata, è dentro  il peso di una normolinea quasi mesomorfa, che, a seconda di quel che indossa, non si riesce a capire se il suo indice costituzionale sia più teso verso il 53 o più allargato e pesante verso il 56; l’indice del pondus, mettetela come vorrete quella figura, o come la fa mettere Kenton Nelson, è sempre nell’iconicità e nella pesantezza lieve e tenera del valore “alto” corrispondente al 20[ii], o quasi “medio-alto” che farebbe 21, per via del naso[iii], o di un nodo che, se il visionatore cerca, da qualche parte si esprime come una sorta di punctum del cosiddetto bagliore didonico, o ainico, se proprio vogliamo che abbia la tenera iconicità dell’oggetto “a” del poeta privo di fantasia.
by V.S.GAUDIO



[i] Cfr. la centuria Cinquantasei, in: Giorgio Manganelli, CenturiaCento piccoli romanzi fiume, Rizzoli Editore, Milano 1979.
[ii] Cfr. V.S.Gaudio, Come calcolare l’Indice del Pondus, in: Idem, Oggetti d’amore. Somatologia dell’immagine e del sex-appeal, Bootleg Scipioni, Viterbo 1998: pag.77. L’indice del pondus, nel sistema di V.S.Gaudio, più decresce più ha valore alto, per cui, nella forchetta del valore alto, si va da 12 a 20: il valore alto 20 è meno alto di 19 e questo di 18…; nella forchetta del valore medio-alto, si va da 21 a 26, e naturalmente l’indice 21 è il più “medio-alto”, nel senso che è maggiore di 22, 23,26:
[iii] Correlando l’indice del pondus pari a 20 con l’alfabeto mnemonico, avremmo per la cifra 20 l’archetipo-sostantivo “naso”, e per la cifra 21 l’archetipo-sostantivo sarebbe o potrebbe essere “nodo”, difatti “n” equivale a 2 e “d” a 1, come “s” equivale a 0.

domenica 18 settembre 2016

Il bagliore ainico e il senso ottuso nel fotografico ░

Il senso ottuso nella foto Orange 4 sottende un erotismo che include una certa inquieta innocenza o una certa sospensione del fare.
Ma l’emozione dove passa ?
Non passa, non è proiettata dappertutto, ma è lì,inafferrabile e allo stesso tempo ostinata, smussata, per aprire il campo del senso infinitamente.
L’emozione che c’è in chi guarda c’è perché è espressa dal personaggio che attiva il senso ottuso: l’emozione, anzi, è investita, di striscio, mai direttamente, dall’immanenza erotica del personaggio, che, se ha questo impalpabile ma evidente punctum amabile, è marcato, nel suo esserci in scena,dal desiderio: le parti del corpo pare che siano colte in un movimento sospeso tra l’incerto e l’inquieto(1), che è l’espressione somatica che , secondo Le Brun, bisogna dare al  désir.
Il senso ottuso e la passion du Désir: 
dal significante di deplezione al significante di accrescimento

Il personaggio femminile,dotato del punctum amabile,è dunque preso dal désir, che, a ben guardare, l’abbiamo visto, è espresso dal suo movimento sospeso.E che può essere ancor di più osservato nel viso che, «s’il y a du désir,on peut le representer par les sourcils pressés & avancés sur les yeux qui seront plus ouverts qu’à l’ordinaire , la prunelle se trouvera située au milieu de l’œil, & pleine de feu, les narines plus serrées du cotés des yeux, la bouche est aussi plus ouverte que dans la precedente action, le coins retirés en arriere, la langue peut paroître sur le bord des levres »(2).
Non è, d’accordo, una rappresentazione del viso in primo piano, ma la disposizione del corpo, degli arti e della testa non fa che confermare lo stato desiderante del personaggio.
Sembra che il  terzo senso, che, come scrive Barthes, «si può situare teoricamente ma non descrivere»(3), appaia allora come il passaggio dal linguaggio alla significanza e sia l’atto fondatore del fotografico stesso.
Il fotografico, direbbe Barthes, è diverso dalla fotografia: se il filmico non può essere colto nel film “in situazione”, “in movimento”, “al naturale”, ma solamente, ancora, in quell’artefatto maggiore che è il fotogramma(4), allora il fotografico  si offre come il dentro della fotografia, come il “centro di gravità” di Ejzenstein,che è all’interno del frammento, negli elementi inclusi nel fotogramma.

giovedì 15 settembre 2016

Marisa Aino | Il serto peperonico

Marisa Aino | Il serto peperonico © 2016


Guida pratica al serto peperonico
1. Il serto nuziale è una corona intrecciata di fiori d’arancio che la sposa porta sul capo.
2. Il serto di peperoni è una corona di peperoni infilati che la sposa intreccia per il (-φ) che lo sposo porta sul capo.
3. Nel serto peperonico la serie è isomorfa.
4. Il serto peperonico non funziona come l’algoritmo.
5. Il serto peperonico a seconda della serie è una suddivisione comprendente peperoni in base al loro valore.
6. Il serto peperonico tradizionale non è prodotto in serie secondo un unico modello nemmeno in Calabria e né ha subito varianti nella lavorazione, a partire dal 1970,  con l’istituzione della stessa Regione.
7. Il serto peperonico di Marisa Aino è una successione rigorosamente preordinata di peperoni che costituisce, come nella dodecafonia, il nucleo su cui si sviluppa la composizione della losanga di Lacan.
8. Il serto peperonico ainico è un insieme di peperoni di diverso valore facciale, facenti parte della stessa raccolta; la marca identificativa(una o più lettere con un numero o due,che indica l’anno) appare quando, tra Natale e Capodanno, il serto peperonico è usato per i cosiddetti “peperoni croccanti “ [=pipirūss crūšk].

Marisa Aino | Il peperone non è una melanzana

Guida pratica al peperone postmoderno
1.     Se è verde è un peperone.
2.     Se è rosso è un peperone.
3.     Se non è verde e nemmeno rosso, è una melanzana?

Marisa Aino | Il serto peperonico 2016 

lunedì 12 settembre 2016

Marisa Aino | La zucca non è un cocomero



Marisa Aino | Cucurbita 2016
La zucca, quando si vide in questa fotografia, questo disse:
Oh, bontà del cielo, si vede proprio che non sono un cocomero!

domenica 11 settembre 2016

Marisa Aino | Popacci vs Fallocchio

Marisa Aino | Pipirites et paniculae 2016
A Sant'Arcangelo i peperoni
sono popacci;le pannocchie,per V.S.,
essendo il suo doppio fallo
sarebbero il suo fallocchio?

venerdì 9 settembre 2016

Aida Maria Zoppetti ▬ Pianta

       


        Né penso che sono
        troppo stanca per
        sfiorare il tempo.
        Tempo ne avrei
        per fiori e quel
        che manca.
        Manco da me e
        fuori so che il vento
        solo mi legge.
        Leggero un bacio.

                         Pianta
Aida Maria Zoppetti

from ricreazione

blog artificiale d'arte e artifizi

domenica 4 settembre 2016

Che dove.Bragalliana

Le tableau vivant quoi où, i tablò rruar që ku

Maruzia, tutta tenuta nel subligacŭlum, magnifica adlectatio nelle calzebraghe nere, giumenta imbragallata nel Kuja, questo suono inarticolato, un gemere sotto, aggiunto, che adesca, il verso muto sublecto, che innerva sul monte,maru, ed è succoso, isa, mah, magnifico, ris, che strappa, is, che getta e desidera, è nello spazio che illumina col suo bagliore ainico, marr anijdë, in un ristorante o il retro, una camera d’albergo o una stalla, una stanza in un casolare, una chiesa o dietro un po’ al riparo, anche in una camera da letto, con flebile illuminazione, circondata d’ombra, la postazione di Maruzia con l’armure fatta di farsetto, calzebraghe, arnese caposaldo difensivo e mutande di seta sul culo sibarita e scarpe Genny, tutto nel segno della misura sibarita e del bagliore ainico,lo splendore che riflette il pracht di Bragalla, la corporalità di lusso tra il superbo del capolavoro e della perla, come prachtstuk, per come usa le mutande, capolavoro di lussuria e di effrazione, brak, o l’ondata, il frangente, la rifrangenza di brek(en), il magnifico esemplare da imprimere nella memoria, prägen, coniare, forgiare, farne  copia e incisione, stampo e impronta, prägung, bragallo; il tempo passa, Brhat a testa alta entra da N[i], e allora?

martedì 30 agosto 2016

Lo spazio muto che dove | V.S. Gaudio

Lo spazio muto che dove

Non si è rimasti che in cinque
nello spazio muto
Bhrat che assomiglia quanto più possibile a Bhram
e questi a Brekë che somiglia a Bragallec che un po’ è Bhrat
e un po’ è Bragâll se non Brekhalla
sono tutti come il nove all’inizio che significa
incontrando il signore destinatomi si rimanga pure
per dieci giorni insieme, e non è un errore instaurare
un tempo di copia occorre unire chiarezza ed energico movimento,
che è così che se essi stanno insieme per un ciclo intero ciò non è
di troppo e non è un errore tenere Bragh in mano, Brogh in bocca,
Brekë in culo, Bhram in fica e Bhrat nell’altra mano per questo si va
allà e si opera,  l’immagine della copia è Brekë che entra da N, Brogh da E,
Bhram da O e Brekhalla da S, Brekë che ha fatto in culo esce da dove vuole
ed entra in culo chi è nel punto da dove lui esce cosicché appare un altro Bhram
a cui viene presa la misura, il tempo passa e lo spazio si rabbuia,
c’è qualcuno che ha fatto ma lei lo tiene ancora, sarà Bragh,
lo si lavorerà finché non lo ammette?
O lo si farà andare fuori affinché un altro
sia lavorato finché non viene?

martedì 23 agosto 2016

V.S. Gaudio ░ La Lebenswelt con Corto Maltese sul Bosco del Torinese

Corto Maltese e il Pantano dei Bei Sogni!
Lebenswelt con Hugo Pratt sul Bosco del Torinese 
e il bagliore ainico della moglie del Poeta

Come se fosse stata qui la spedizione, nei pantani della Sibaritide e non nell’Orinoco, dove nel delta si inventano numerose lagune, e dove la più bella è anche la più pericolosa[i]; e con Corto c’era il poeta, la moglie del poeta e l’esperto marinaio il padre di questa, legati nel nome della lode del mare o dell’acqua del genere maschile.
La moglie del poeta era una navigatrice provetta, esperta seguace del padre, nella sua giovinezza, quando a volte appariva sulla spiaggia a trarre a riva la barca insieme al padre e ad altri marinai, gli avventori, semplici bagnanti o curiosi della battigia, restavano abbagliati dal bagliore ainico della giovane donna che, anche in shorts bianchi a fior di culo, si faceva demone meridiano per la libido di quasi tutti quei visionatori  occasionali e precisi destinati a farsi cultori indefessi di quell’oggetto “a”; se non ci fosse stato il poeta, la regola sequenziale degli items del Contatto[ii] e della Carezza[iii] non si sa in quanti soggetti sarebbe stata fulminata dal bagliore ainico della figura  lodata, nei piaceri singolari diuturni di quegli avventori, come “lode del mare”, tra greco e latino, e anche “racconto del genere maschile”.
Hugo Pratt. La laguna dei bei sogni.
 Lizard ed. pag.13


-         C’è un tamburo o una sirena infinita che udiamo da un bel po’, eppure non sappiamo dire da dove possa provenire, anche se il messaggio è chiaro e dice che nel pantano dei bei sogni c’è un torinese, ed è malato, anzi, ne siamo certi, dev’essere pazzo. Nessun torinese, dice Corto, resterebbe nel pantano dei bei sogni , a meno che non sia pazzo. Cosa ci farà in questo posto?
Ci sono tre posti terribili tra il Delta del Saraceno, del Satanasso e della foce del Crati, il più pericoloso è il pantano dei bei sogni, o il bosco del torinese. Bisogna andare a vedere, dice Corto. Non posso lasciar solo quest’uomo…

mercoledì 17 agosto 2016

Il Meridiano di Bragalla ▌

Il Calendario 92 allà

L’immagine-foto di Maruzia in calzebraghe è quella di un mondo frattale
di cui non c’è equazione né esito se non in quel luogo a Bragalla,
perché lì non c’è la filosofia del soggetto, né quella dello sguardo,
ma c’è quella della distanza dal mondo, da Bragalla per meglio coglierla
in farsetto da armare con quell’arnese insetato sotto,
sublimato, questa imbragallatura tra seta, pelo, carni e
buchi irrumati, è da questo che si adliga,
è da quel posto che l’adlectatio carezza l’anima
come una mutanda, da quel posto l’oggetto che è Maruzia
ha la valenza  del gioco del diavolo, il gioco del poi,
che, non avendo niente da dire, si fa a mutola, sfugge
al commento e all’interpretazione: quando il poeta arriva a captare
qualcosa di questa sua dissomiglianza e di questa sua assolutezza
anonima, così singolare, qual è il nome,
questo, o questo questo, cotale a Bragalla, allà,
cambia qualcosa dal punto di vista del mondo “vede”,
è Maruzia stessa che si fa luogo della sua assenza,
essendo quella situazione, quella luce, quell’arnese,
quella Bragallona è l’evidenza insolubile – quel suo bragallare
del calendario del 92- del pieno avvenimento fantasmato,
la giostra saracina di Bragalla[i].
Così l’oggetto si fa specchio del poeta,
ma è l’oggetto che dice “visto tutto questo
là lontano laggiù allà tutto questo questo qui
questa smania di vedere quale bagliore
questo bagliore avuto allà è questo la Bragalla,
la quintana che deve essere fissata, guardata intensamente
e immobilizzata dallo sguardo.
Non sono io che devo posare, sei tu che devi trattenere
il respiro per fare il vuoto nel tempo e nel corpo.
Ma devi trattenere il respiro anche mentalmente
e non pensare a nulla affinché l’incantesimo che c’è nel gioco
di superare la mia immagine e di essere conseguentemente
a una sorta di fatale gaudio, così che tu ed io, noi stiamo giocando
al gioco del diavolo, quel Cotale che fu il Suo dei 112 esemplari
di  Quel paese ora sarà dentro l’anello di quell’immagine il tuo Questo,
allora si produce Bragalla, il mondo, come evento singolare, senza commento,
giocando alla mutola, cenni ed atti chi adoperando, senza una minima parola”.
Qual è la parola, serviziale come la chiama l’Aretino che fa 40 quando Maruzia
porge quel posto sibarita – che fa sempre 112 – e che fa cogliere il bagliore ainico
fuora alla sponda del letto o della panca o della segia e questo si chiama “serviziale”,
che altrove più tardi essendo stato rinomato l’”Attrazione di Milano”, questo che dà il serviziale avrà il nome il Meridiano di Bragalla, e sarà l’adlectatio di Bragalla
perché è questo che ha fatto il sublecto ha preso a gioco la maledetta troia sibarita.

giovedì 11 agosto 2016

martedì 9 agosto 2016

Aida Maria Zoppetti ░ Avvoltoio

                         Avvoltoio 
    piegato avvolto involto ravvolto ripiegato
    legato arrotolato coperto inviluppato
    attorto attorcigliato contorto ed avvitato
    vecchio rapace solo dessere allitterato
from ricreazione.blog artificiale d'arte e artifizi

lunedì 8 agosto 2016

Aida Maria Zoppetti ▬ (Cosa?)

       
              (Cosa?)
          Non l’avevo mai vista più furiosa
          (Rosa?)
          No, l’ape, dentro un libro di mimosa
          (Insofferente?)
          Direi… Sì, delusa, non paziente
          (Che ha detto?)
          Mah… Diceva: "Maledetto l’apostrofo e l’aprosa!"
          (Impertinente!)

          (Cosa?)


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